mercoledì 20 febbraio 2019

Shoutout

Non so cosa stia succedendo, noto che l'algoritmo mi ha relegato in un limbo.

Oggi, poi ho subito un "phising", che mi ha costretto a cambiare la password, e mi è arrivata una proposta di "shoutout".

Shoutout.


Nella pausa pranzo, per preparare la mostra di Anzola, sfogliavo centinaia e centinaia di disegni di She fatti in questi 10 anni. Ne ho contati 503 tracciati su foglietti 10X10; 238 su fogli 11.5X11.5. Poi ci sono un altro centinaio di disegni realizzati su A4, alcuni su cartoncino, uno sul biglietto del treno, un paio su tovagliolini del bar. Tantissimi andati persi… Gli appunti di testo, le frasi tansheant… Migliaia e migliaia, scritte ovunque, anche su microscopici post-it gialli o sul retro degli scontrini. Ce n'è per sei vite, un'esondazione infinita. Qualche tempo fa, per i vent'anni di Julia, mi sono trovato a contare spannometricamente quante tavole di layout ho sudato per la serie. Ci avviciniamo alle 15 mila. In più, le centinaia di vignette generiche, il mitico Sonny Cocker. Decine e decine di logo, disclaim, disegni ideati per cause, progetti, o regalati ad associazioni, iniziative, comitati. Per non parlare dei dieci anni di ciclostile, quando si politicava duro, o si stava nel lavoro sociale.
Tonnellate di carta, riempita di un qualsivoglia tratto e senso.

Questa è una piccola parte del lavoro di una vita.

Ci sono più di cento episodi di Julia scritti, 130 credo, tra quelli pubblicati e quelli in lavorazione… Due romanzi usciti; due che non usciranno mai, temo; decine di racconti; un saggio sulla scrittura; un libro sull'arteterapia nell'autismo, sentito, vivo, quindi impubblicabile. Decine di ore spese insieme ai ragazzi nelle classi, a quelli disagiati dei quartieri difficili, a quelli con patologie, in carcere, nei vari laboratori che mi sono capitati. Sempre scelti in base a un parametro. Stare nel cuore del mio lavoro: scrivere, disegnare, raccontare.

E quella arriva dall'America, col suo commentino, e mi spedisce la proposta di shoutout… Non so bene cosa sia, lo immagino.

Qualcosa di simile allo scambio di favori per il procacciamento di followers nelle aziende social, che va tanto di moda.

Volevo risponderle "Sorry, I'm anti-capitalist!", ma ho cancellato.
Poi ho scritto "Sorry, I'm professional.", ma ho desistito.
Da ultimo ho digitato "Sorry, I'm human…"

Quello, l'ho lasciato.

lunedì 21 gennaio 2019

Storie di Barriera

Chiudersi per ore e ore in un non-luogo con ragazzi giovani, e trasformarlo in un luogo. Valorizzare lo spazio vita di ogni racconto, di ogni personalità, a prescindere da ogni merito. Un'esperienza quasi circense, nel senso dell'equilibrismo. Quando vibra un'emozione, la senti nella schiena. Dire che s'impara insegnando è banale. Dire che il racconto è rivoluzione, meno.

Per me, lavagna è partire dal basso verso l'altro.


martedì 15 gennaio 2019

I furiosi


grazie a un fratello nerazzurro che mi ha condiviso i ricordi di battaglie e persone e per avermi segnalato questo piccolo gioiello narrativo e sociologico stilisticamente compatto come una stilettata servita in canti 
non un segno di punteggiatura per cento pagine come questo post niente maiuscole a inizio frase
perché è il racconto di una gioventù sincopata e straziata a cavallo di tutto e disarcionata dal tempo in cui è stata costretta a vivere
in qualche modo c'è l'eco pure del Battisti di cui adesso tutti parlano compreso il suo alito che puzzava di birra Huari quando l'hanno blindato e lui ha detto che ormai è vecchio e da malato è il tempo della resa e quelli che sghignazzano per la presa e la birra e la divisa e l'alito c'hanno da sventolare il loro racconto di nulla fatto di pose di potere in divisa che annusa l'alito altrui
il giudizio è il cancro del commentificio del mondo il giudizio è importante ma se diventa uno sciame che lincia allora è più sincera una curva che giudizi non ne dà solo azioni e riti tribali
in tanti mi dicono come fai quella cosa assurda del calcio la tribù fanatica i miliardi l'ipocrisia ma dovrebbero leggere queste pagine e le avventure di una ciurma pirata nella curva dei nemici delle brigate rossonere
e senza il birignao borghese questi mostri del giudizio coi polpastrelli tutti rossi di ticticitic capirebbero cos'è la poesia proletaria quella dentro la violenza senza le rose e i fiori e ne uscirebbe il quadro preciso di cosa significa ipocrisia di cosa significa tanta roba
non ci si parla più non si legge più è tutta punteggiatura ché neanche nessuno sa più metterla
e allora la battaglia esce dalla necessità
bello anche il saggio davanti all'avventura Alessandro Dal Lago che si spoglia dei titoli e scende nella battaglia di carne e sangue nell'arena del mito moderno travolto dal capitale
l'unico sangue l'unica carne che ci permettono
l'ultima battaglia
la più ipocrita dicono
la meno capita

sabato 27 ottobre 2018

Furiosa







Come al solito, orrida locandina, ché ai tempi mi rese prevenuto. Anche perché la saga di Mad Max non mi ha mai detto nulla. Tempo fa, però, sono incappato in un video tratto da questo film. Poi, un altro. Irresistibili. Ieri, me lo sono visto tutto e sono rimasto basito.

Un capolavoro assoluto, per tanti motivi.

Due ore di inseguimenti: veicoli sputafuoco lanciati all'assalto permanente di una blindoscisterna, un camion corazzato e teschiato a dovere, guidato da una guerriera ribelle di poche parole e con un braccio solo (una Charlize Theron da urlo). Il grande veicolo trasporta acqua e benzina, elementi base di una umanità-base. In realtà nasconde donne, sementi, fertilità: elementi base dell'umanità-tutta.

In un contesto di strane civiltà: minions cadaverici, sabbipodi motorizzati. L'imperatore incazzoso, a metà tra Predator e Darth Fener, che controlla il flusso dell'acqua e schiavizza le genti. Schema tipico da filmone a cartoni animati, la missione per l'acqua, Madagascar 2.

C'è di tutto, nell'action movie più action che si possa gustare. Con tecniche di ripresa cinetica mai viste, un lavoro su musica e rumori che farà scuola. Lo schema dei combattimenti a flussi progressivi di nemici, tipo i film di kung-fu; the Warriors, i Guerrieri della notte. Sì, ritroviamo atmosfere e suggestioni da decine di altri film, ma il gioco citazionista tipico della spettatore superficiale ti si spegne ben presto.
Resti stupito da un'altra cosa. La lingua. Una ricerca sulla verbalità post-apocalittica che riporta all'Antony Burgess di Arancia Meccanica. Si indaga il linguaggio possibile in un contesto estremo.

"Ammirami"
"Mediocre".
Dialoghi che valgono come scene d'azione, stupefacenti. Come i silenzi. Il protagonista dirà tre parole in croce, meno del Riddick di "Pitch Black", tra i film antesignani di questa pellicola.
E poi le Cinque Mogli, i porcospini; gli eponimi: Furiosa, Nux, Il Fattore, Mangiauomini.
Un territorio linguistico e tribale, evocato anche da Sol Yurick in "The warriors", appunto.
Il lungo viaggio, la meta, l'inseguimento. La tempesta di sabbia, il ghiaccio, il fango, la sabbia, i canyon. Come nella grande epica greca la meta delude, diventa una pausa dove ristorarsi nell'oasi immaginifica. Qui, un gineceo di anziane donne guerriere, custodi anche di un residuo di spiritualità. Una meta che da Eden si trasforma in giro di boa, in consapevolezza: la "benzina" emotiva per la missione del ritorno.
L'Australia, che serbatoio di immaginazione.
Un grande visionario, 'sto George Miller, mi ha ricordato un regista anni Ottanta suo conterraneo che ho amato tanto, Richard Stanley. Forse, il film che John Carpenter avrebbe sempre voluto fare. George Miller, il settantenne che dà dei punti a tutti i "pischelli arroganti" di oggi, come ha scritto Joe Dante.

Di sicuro, Miller ha visto, rivisto e studiato "Ombre Rosse" di John Ford, passato alla storia come il film dell'assalto degli indiani alla diligenza. Quando invece è la storia del riscatto di una donna, della condizione femminile, come questa pellicola.
"Mad Max: the Fury Road" è lo "Stagecoach" ipertrofico del nuovo millennio.

Godiamocelo!

giovedì 18 ottobre 2018

L'uono che guardava passare i tre


Che libro meraviglioso, m'ha regalato mio padre. Contiene uno scritto di John Simenon, che aiuta a capire il padre, come nessun altro mai. L'artigiano artefice del suo successo, della sua "leggenda", edificata curando ogni dettaglio: dalla grafica della copertina, a quella del logo, al font della firma, al tipo di rapporti di publishing con l'editore, fino alla singola operazione di marketing di ogni romanzo uscito. E ne uscirono a centinaia, con vari pseudonimi, a seconda del genere. Come fece in America un altro grande, Ed McBain, e in Italia Giorgio Scerbanenco. Il figlio spiega come la matrice profonda del lavoro di Georges Simenon sia psicologica, l'influenzata dalla sofferenza privata: l'abbandono materno, la perdita della figlia suicida, del fratello morto in Indocina durante il reclutamento forzato nella Legione Straniera. Tutti temi trattati dalla stessa memorialistica simenoniana, in primis dal capolavoro: "Lettera a mia madre". Meno noto il contrasto da cui scaturisce la scintilla creativa, che un figlio coglie meglio di altri, i due poli "filosofici" dell'opera paterna: il libero arbitrio, in contrasto con la fondamentale irresponsabilità dell'essere umano, di origini biologiche. Una riflessione sul senso stesso dell'esistere, oltre che del proprio lavoro, nel mutamento dell'uomo sociale a cui l'opera letteraria era rivolta. Anche gli altri saggi sono imperdibili e preziosi, la lingua, lo stile, la traduzione. Ciò che è in Maigret, e ciò che è fuori da Maigret, l'istinto razionale del commissario che accompagna il lettore o il lettore lasciato solo con il proprio istinto. Due modi di perseguire lo stesso risultato: toccare le corde più intime.
Una macchina narrativa mai vista, Simenon, tra i più grandi autori del Novecento. Se non il più grande. Un volume prezioso, ricco di spunti per alcune fatiche invernali che mi spettano. Grazie, papà.
Ci si parla più così che a parole.

mercoledì 3 ottobre 2018

I 15 dollari


Sanders esulta per una vittoria di stampo socialdemocratico. Giusto, per carità, bravo senatore: l'ottenimento del 15dollari orari è forse il primo parametro giuslavorista ottenuto nell'anomia della web economy.
Una soglia di dignità del lavoro, oltre che psicologica.
Ma basta guardare bene le immagini di quel ciclo produttivo e il ghigno di Bezos per essere percorsi da un brivido. Lo sappiamo bene come andrà a finire. Che senso ha stappare spumante per due briciole, mentre stai per essere sostituito da un drone?
Questo è il motivo profondo della crisi socialista, e della sinistra, ovunque,
Badate bene, è anche crisi del pensiero liberale. Una manciata di titani economici che gestiscono il pianeta tramite il web. Qualcuna di 'ste aziende, nella crisi delle istituzioni tradizionali, finisce pure al governo.
Una società tutta automatizzata, senza più il lavoro, con un reddito universale a briciole, quanto basta per pagarti la tecnologia adeguata al mantenimento dell'economia di circolo. Fondata su algoritmi, più che su creatività e competenze. L'alienazione come struttura di partenza, non come derivato.
Beh, siamo alla visione distopica cyberpunk, più che dalle parti - non dico di Adam Smith - ma neanche di Milton Friedman. I Chicago Boys e l'esperimento cileno: roba da dilettanti, rispetto a 'sto mostro moderno.
Nessuno, ma dico proprio NESSUNO sta sviluppando una teoria critica del presente all'altezza.
C'è crisi pure dalle parti dell'anarchismo. Perché il ruolo calmierante dello "Stato" - inteso come residuo di dimensione pubblica, come crocevia politico di resistenza alla tendenza liquida e liquefacente del capitalismo delle piattaforme - torna in prepotente auge.
'Sta roba la stanno interpretando - da destra - i sovranisti, che al posto dello stato mettono la patria, al posto del welfare il workfare; smantellano ogni intermediazione e la dimensione sovranazionale: unici strumenti per contrapporsi al mostro nella giusta scala. Un ritorno all'autarchia fascistoide, che fa sghignazzare i signori del silicio, ci vanno a nozze. Infatti, la promuovono, la finanziano. Altroché Soros… Bannon.
Divide et impera.
Mai come oggi dovremmo essere fucina dirompente di idee nuove, unendo culture. Non sigle, culture.
Ma siamo qui, su una piattaforma aziendale.
A farci dividere.


https://www.facebook.com/NowThisPolitics/videos/173878233525164/

lunedì 20 agosto 2018

On the other side

Trent'anni fa, la Germania visse una sua "Vermicino". L'intera nazione seguì in diretta radio-televisiva la "Crisi degli ostaggi di Gladbeck". Due rapinatori scapestrati, dopo un colpo in banca fallito, usarono i media come protezione per attraversare mezza Europa centrale, tenendo in scacco forze dell'ordine allo sbaraglio. Morirono due ostaggi, un ragazzino che voleva proteggere la sorellina, e una diciottenne bellissima, Silke Bischoff, che dalle immagini sembrava in preda a una strana sindrome di Stoccolma. Come si fosse invaghita dell'assassino che la teneva prigioniera. Avevo diciassette anni anch'io, quella storia mi fece impressione. La Germania, più libera da perbenismi puritani o cattolici, sa elaborare le proprie cose in modo creativo, anche estremo. Silke Bischoff fu il nome di una band musicale post-punk tosta e potente. Figuriamoci cosa sarebbe successo, qui, se un gruppo dissacrante si fosse chiamato "Alfredino Rampi".

lunedì 30 luglio 2018

L'estate nera

Questo qui, che era "comunista padano", in cuor suo, non è fascista, non è razzista, non è niente. Gioca con la comunicazione, vellicando elementi reazionari e razzisti ben radicati nella società. Covavano nella crisi, bloccati dai freni inibitori della democrazia liberale. Incapace di affrontare da statista la crisi, s'è messo a giocare con i mezzi a disposizione, ha alzato il tappeto, facendo riemergere il bacillo della peste di Camus.
Anche i vari Di Maio e accoliti, con tutte le loro sparate contraddittorie sono personale politico senza cultura, senza radici, totali incompetenti ben diretti da un'azienda di web marketing; il nulla che si plasma alla bisogna. Lo stesso dicasi per la "pezza accademica": il Fusaro che imperversa parlando da cosplayer di un filosofo, prendendoci per i fondelli anche nel linguaggio finto forbito, rievocando nei contenuti il sempiterno giochino dei rossobruni. In scia al lavoro destrutturante fatto su questo fronte da anni di berlusconismo innaffiato di credibilità da pletore di "ex-compagni": i Marcello Pera, i Lucio Coletti, i Liguori, lo stesso Giuliano Ferrara (ora redivivo).
Nei rimbalzi del gioco comunicativo, attaccandoli, facciamo il loro gioco, legittimando il dispositivo atroce messo in atto, si sa. Si bagna il gremlins. Eppure, esimersi non si può, memori degli anni Trenta del secolo scorso. Per cui, ci rotoliamo nella schiuma, mentre la realtà precipita, in un senso di impotenza diffuso.
Da questo quadro emerge plasticamente la voragine di chi si dovrebbe opporre, immerso nello stesso sradicamento, nella stessa inconsistenza, alimentata da una stagione di sparate, tweet spacconi, celebrazioni di politiche indigeribili, di capitalisti orribili, slide autocelebrative, schiuma comunicativa uguale e contraria, che ora si specchia nella sua mancanza di credibilità.
Solo una cultura profonda, potrebbe far risalire la china. Il radicamento nelle cose, nei luoghi del conflitto, l'emergere di una analisi politica chiara e coraggiosa, che parta insieme dal basso: dalla battaglia a fianco degli ultimi, e dall'alto: dalla critica frontale allo sconquasso del nuovo capitalismo del web.
Uber distrugge il trasposto urbano, Amazon il commercio, i social il vivere sociale, Netflix il cinema, Spotify la musica, i games l'industria culturale, la sharing economy il turismo e il mercato immobiliare, la gig economy disintegra il lavoro. E così via. I popoli si stanno facendo ingurgitare dal mostro, ricattati con la percezione della "comodità".
Si sta creando l'Uomo Nuovo: solo, incazzato, precario, sradicato, prescientifico, pre-razionale, senza empatia. Un mostro acquirente solo di effimero. Facile suggestionarlo con un'identità reale fittizia, evocando la minaccia straniera in varie forme. Facile convincerlo che vanno alzati muri e confini, mentre si lavora al soldo di un dispositivo globale che li usa solo per aggirare il fisco.
Non è con un hashtag, col controsciame dei "buoni", che possiamo fermare tutto questo, ma con la battaglia più alta e complessa della storia umana. Cattivissima, a suo modo. Che ha una scala locale e planetaria insieme.
Ecco cosa mi dice una maglietta, in una torrida giornata dell'Estate Nera.

sabato 7 luglio 2018

Lenzuola



Non lo dimenticherò mai. Il pubblico vero era quello dietro le finestre, nascosto. Gli invisibili che al pomeriggio sentivamo gemere, cantare, inveire. Guardavo i padiglioni, e le finestre accese erano occhi. Di quelli di ora, che possono sentire la musica, il canto. Di quelli che per tanti anni furono rinchiusi tra quelle mura, in silenzio. Le nostre ombre si proiettavano sulle lenzuola dei degenti, stese da noi, e sulle mura stesse. Non avevo voglia di rockn'roll, di chissà quale frenesia. Quella era una messa laica, nel cuore delle nostre questioni, chiedeva una certa compostezza.

LC
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Arbos dal vivo all'ex-Op di Quarto, 29 giugno 2018


giovedì 5 luglio 2018

Duel

Leggere ai ragazzini i racconti di Matheson, esperienza indicativa. Alcuni, faticano a capirli, bisogna tornarci su. Poi si illuminano, vogliono sapere, cercano il film che ci hanno ricavato. Ma all'inizio si impatta con la perdita di sense of wonder nelle giovani generazioni. Tutto è risucchiato dai dispositivi, dalle mille app, dai games, che però esercitano il cervello a pratiche immaginifiche molto passivizzanti.
Scegliere l'avatar, cantare la canzone in playback, con i passi di danza codificati, giocare al calcio privato, irreale. La dopamina che appaga rilasciata dagli score, dai like.
Parlare poi con l'edicolante, col gestore del cinema. Percepire la desertificazione di un immaginario, di un'economia, di vite e famiglie. La fine dei giornali, della carta, del racconto. Chiude tutto. Riviste, edicole, cinema. Interi settori vanno a sbattere.
"L'unico rimedio è chiudere internet" ringhia l'edicolante: "se uno fa l'abbonamento ai giornali on line, poi diffonde i pdf ad altri, che si trovano intere rassegne stampa gratis!" Che razza di sistema è? Nelle multisala, durante la settimana, ormai, un solo operatore ti fa il biglietto e poi va al bar per darti i popocorn di cartongesso. Lui solo, tu anche. Ti accomodi da solo in una sala deserta, dove parte un film che arriva da un'industria passata e magari costa qualche milione di dollari, quasi tutto realizzato in computer grafica, con il crollo delle maestranze tradizionali. E così via per chissà quanti altri settori.
Alla fine di questo triste bagnetto di consapevolezza, riannodando i fili, sentire la massa che punta l'indice per attribuire colpe irreali diventa straniante. È colpa dell'Europa, è colpa dei migranti.
Siamo tutti completamente pazzi, solo un continente (da rifondare in questa luce di consapevolezza) ci può salvare dalla Silicon Valley. Al netto della caduta dei meccanismi della creatività, del livellamento verso il basso di quel che resta, la perdita di competenza a professionalità, il quadro è di sistema.
Lo scrittore, l'attore, il calzolaio, l'operaio, l'artigiano, il concessionario, l'intermediario, chiunque non capisca cosa ci sta succedendo per davvero ha perso ogni base di azione e pensiero, ogni contatto con la realtà. Chi pensa che la piccola patria coi muri chiusi agli esseri umani salva, e intanto si fa invadere dalla più globale e sregolata rivoluzione economica della storia, è un suddito guidato da un joystick.
Altroché radical chic, buonisti e piedistalli. Siete completamente fuori strada, con i vostri strali fuori mira, e ci mandate a sbattere tutti.

giovedì 24 maggio 2018

La torrida giornata

Mi ricordo di Orgosolo. All'ingresso del paese c'è la statua di Antonia Mesina, una donna uccisa nell'opporsi a un tentativo di stupro, poi beatificata. Il tema è da sempre scottante, in quel paesino meraviglioso e controverso della Sardegna profonda. Ci andai con la mia ragazza, molto discinta in quella torrida giornata. Eravamo soli per le stradine, e restai colpito da cosa accadde. Gli uomini si avvicinavano, ci seguivano, commentavano ad alta voce, i ragazzi erano spudorati, si riunivano per aspettarci agli angoli. Per la seconda volta in vita mia, mi sentii insicuro circa l'incolumità della donna con cui ero. La prima volta capitò a Parigi, a capodanno, con la mia fidanzatina di allora. Eravamo giovanissimi, e decidemmo di andare ai Campi Elisi. Fu una battaglia: torme di magrebini si avventavano sulle ragazze, anche accompagnate. Era più che altro una carnevalata, un gioco, ma creava una grossa ansia, e conteneva un messaggio culturale. Lo stesso di Orgosolo; riguarda la comunità dimenticate, escluse, e le dinamiche psicologiche maschili condizionate dai contesti. Per le strade di Parigi, in quella fine anni Ottanta, era esplosa la reazione identitaria al primo lepenismo, che sembrava esacerbare tutto. Quei ragazzi sembravano dire "ci chiamate racaille (termine ripreso poi dal sarkozismo), ebbene, saremo racaille!".
I muri di Orgosolo pullulano di murales, realizzati durante la rivoluzione culturale seguita al Sessantotto. Immagini di rivolte contadine, con tante donne come protagoniste. Qualcuno si era arrampicato fin lassù per portarci la questione POLITICA della libertà sessuale, che è una bandiera della libertà tutta. Quei muri, con appoggiati quei crocchi di maschi soli, repressi, esprimevano il più stridente dei contrasti. Immagino che la statua della Mesina fu accettata dalla cittadinanza solo grazie al clima culturale che esondava da quei muri. Il segno cambia le cose. Se non torniamo alla battaglia politica COMPLESSIVA, GLOBALE, dei segni importanti, siamo tutti più soli, e malati. Ecco una piccola voce, ma autentica, del mio curriculum anti-sovranista.



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martedì 3 aprile 2018

Visione


Ci fosse ancora [duel], la rivista di Gianni Canova, ne avrebbe parlato a lungo, e come si deve. Il filone sci-fi di Steven Spielberg, come sempre, cattura il segmento di tempo in cui viviamo, attraverso lo sguardo preciso del regista. Dall'ottimismo universalista anni Settanta di "Incontri ravvicinati", a quello fiabesco di "Et" e poi di "A.I.", che sembravano indicarci la via infantile allo stupore dell'alterità tecnologica, conservando il cuore. Poi, nel nuovo millennio, il cammino più complesso di "Minority Report", l'affacciarsi del conflitto interno al sistema tecnologico, fino all'esito cupo e disperato del meraviglioso "La guerra dei mondi".
"Ready Player One" è un'esondazione di tutto, come lo è il momento in cui viviamo. Sembra un videogioco, anzi lo È esplicitamente, a suo modo è un film radicalissimo, e MOLTO politico. In Oasis, la matrice della storia, ci ho trovato l'essenza stessa del capitalismo, di cui Spielberg cerca di recuperare fondamenta etiche ("Non può diventare lo strumento di uno solo"). Si è accorto di quanto sta avvenendo nella cosiddetta rivoluzione tecnologica in cui siamo immersi, cosa determina il controllo totalitario del virtuale che muta la realtà stessa. C'è tutto: dalla fine del lavoro, l'umanità persa; la disperata lotta alla ricerca di un ruolo, prima che di un senso, nel deserto umano lasciato dal virtuale; la criptomoneta; la volatilità del mercato finanziario; l'avatar di noi stessi con tutte le sue insidie e potenzialità, ecc. ecc. Spielberg suggerisce che la lotta andrà condotta dall'interno. Non la sfida degli hacker che colpiscono da fuori, ma quella di militanti di nuovo conio che vanno a giocarsi la partita fino in fondo, conoscendo ancora più dell'avversario l'intima natura di quel che combattono, la multinazionale tentacolare IOI. Le culture radicali, anche il ribellismo da centri sociali, e le diverse marginalità si saldano alla competenza sviluppata grazie all'intero serbatoio del pop moderno o modernista: dai videogiochi Atari ai cartoni animati giapponesi, passando per il potere taumaturgico dell'horror, che custodisce nostri meccanismi reconditi. Come nelle migliori narrazioni di questo stampo, la citazione non è citazionismo, ma strumento operativo. Quelli della mia generazione godono come ricci, a coglierle tutte. Ma è solo un inside joke. Se usciti di lì non ci si pone la vera domanda: "Chi è quell'Halliday anziano? Cosa rappresenta?"; e non si capisce cosa significa "militanza", oggi, non si riuscirà mai ad abbattere lo schermo protettivo, l'incantesimo, il campo di forza eretto dal profitto e dal monopolio aziendale. Non spoilero, ma alla fine è tutta una vicenda di contratti. Per Spielberg deve vincere un 'noi', un clan dei buoni. Utopia un po' debole, intercapitalistica, a dispetto della titanica distopia. Ma si capisce che il suo pensiero di fondo è più preoccupato, e il prefinale, come spesso capita, custodisce il finale vero. L'uomo è Dio e artefice dei propri destini, in lotta con se stesso, sempre. Serve una visione, ancora più ampia di un 3d.

giovedì 22 marzo 2018

La casa ti parlerà

È tutto QUI, compreso il codice della lotta. Casaleggio ha annunciato che la piattaforma Rousseau diventerà una blockchain. Milioni e milioni di persone non si rendono conto di quanto sta loro accadendo. Si scherzava, ma stanno davvero vincendo Scientology, Amway, i sistemi di vendita multi-level anni Ottanta presentati come religione. Ma questi non ti suonano il campanello come i rivenditori Just, questi SONO il campanello, e il prodotto, e la casa che ti parlerà, implorandoti di comprare proprio quel detergente perché così il tuo destino terreno sarà compiuto. Sono pazzi e suggestivi, viaggiano come la luce. La lotta non potrà consistere nel fermare l'oceano con le dita, ma nell'imparare a navigarci per davvero, costruendo l'Arca umana.




lunedì 19 marzo 2018

I ritmi del delirio

Uber. Una app globale che unisce semplicemente domanda e offerta, quotata 70 miliardi di dollari, senza produrre alcunché, senza possedere neanche un veicolo. Presente in 73 paesi, 450 città, solo 12.000 dipendenti, un esercito di un milione e mezzo di autisti, che ci mettono auto, rischio d'impresa e fatica, coinvolti in un alienante sistema di reclutamento all'americana. Dopo un primo periodo di esclusiva e vacche grasse, ora costretti a guidare il doppio per la concorrenza, e la conseguente riduzione del compenso a chilometro. Dall'azienda, niente previdenza, niente copertura assicurativa, solo una misera percentuale. Molti di loro, in USA, per mantenere i ritmi del delirio, non possono tornare a casa e dormono in auto, nei parcheggi dei supermercati. La maggior parte non regge più di un anno. Il sogno dell'inventore di questo mostro moderno, Travis Kalanick, era sostituire il trasporto pubblico, con lo sharing privato. Si sta realizzando. L'economia della condivisione è siffatta: tu condividi la tua roba, con altri e con me, io accumulo tanti capitali quanto uno stato e con te non condivido un bel nulla. Mi impongo alle amministrazioni, col ricatto della tracciatura della rete stradale urbana, regalando un piano traffico a costo zero. Boston c'è cascata.
Tra l'altro, Kalanick aveva promesso che non avrebbe investito un dollaro sulla guida automatica, per mantenere impiegata la forza lavoro umana.
Ecco la scena del delitto, il mandante, il movente.


«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza»
(Antonio Gramsci)

mercoledì 14 marzo 2018

Il dispositivo del dominio

Non mi venite a dire che c'è una mancanza di rispetto nei confronti della povertà. Il reddito di cittadinanza - così concepito - fa parte di un disegno politico più complessivo: il trionfo del capitalismo delle piattaforme, che mira a privatizzare ogni comparto della nostra vita, a partire dal welfare. Non si tratta di un semplice ammortizzatore sociale, né di una misura assistenziale (magari, significherebbe teorizzare la priorità dello Stato su ogni altra cosa). In realtà è il compendio di una visione apocalittica sul futuro immediato. L'idea che l'automazione prenderà il sopravvento su tutto il lavoro umano. Non è un destino ineluttabile, anzi opporsi intelligentemente a tutto questo significherebbe creare il nuovo lavoro, lavoro "rivoluzionario", improntato alla creazione di una nuova dimensione pubblica della rivoluzione tecnologica. La battaglia, ora come sempre, consiste nel riportare il profitto all'interno di una compatibilità umana. Lavorare non è un obbligo, ma nella civiltà moderna è un percorso di senso e dignità, lo sappiamo tutti. Quindi, di emancipazione. Prima ci hanno strappato la dignità, poi il senso, alla fine vogliono eliminare l'idea stessa del lavoro, nella misura in cui significa libertà. Lo può fare solo un mondo autoritario, dominato da una élite ristrettissima, non quella anni Novanta (la indigesta tecnocrazia europea, le orride banche) contro cui si scagliano i pigri analisti di oggi, ma nuove élite che amiamo, che alimentiamo giorno e notte con la nostra fascinazione acritica per le aziende che ci stanno sbaragliando. Elon Musk, quello di PayPal, sta andando su Marte. Uber vale 70 miliardi di dollari, senza possedere un'auto, senza produrre nulla, neanche posti di lavoro, avvalendosi semplicemente di un esercito di due milioni di alienati moderni. Il cui servizio massacrante dura in media un anno al massimo. Mi vuoi dare giusto il quantitativo di soldi necessario per mantenere in vita il dispositivo del dominio, le vostre app? Questo delirio io lo vedo chiaro, colgo il disegno. Opporsi a tutto questo, non significa essere un ottuso "lavorista" di vecchio stampo. Significa essere umanista, pensare per davvero a cosa diventerà la povertà, domani. Pensare ai nostri figli.
Kurt Vonnegut, forse, l'avrebbe capito.



domenica 18 febbraio 2018

Parkland

Andate a teatro, andate al cinema, andate alle manifestazioni culturali, politiche, a qualsiasi convegno. Osservate il colore dei capelli, calcolate l'età media. Poi fate le vostre considerazioni. Sembra essersi spezzata ogni cinghia di trasmissione tra le vecchie e le nuove generazioni, una frattura carsica sempre più lacerante. Ma in natura non è così, non può essere vero. Quindi, la questione riguarda il capitale, quel che stiamo costruendo, quel che stiamo perdendo. Provate a cercare qualcosa di classico nella musica che ascoltano, nei cartoni animati, nei games, nei dispositivi che maneggiano quotidianamente, nei loro stessi disegni. Guardate come viene loro presentata la natura nei documentari del mainstream a pagamento. Una minaccia continua. Così come il diverso, e il futuro stesso. Lo facciamo per eliminarne l'essenza, il loro spirito critico, ogni ribellione vera. Per vendergli i prodotti, nella drammatizzazione dell'intera realtà. Così il prodotto diventa panacea, il virtuale rifugio, la ribellione falsa. La realtà, nitroglicerina.

Si spengono le luci

https://www.wired.it/lifestyle/salute/2018/02/16/svezia-bambini-rifugiati-sindrome-da-rassegnazione/

E l'altro giorno si leggeva dell'aumento degli "hikikomori", gli adolescenti che si ritirano nella loro stanza, con la sola tecnologia, isolandosi dalla vita sociale. Stiamo modellando il peggior mondo della storia umana, al netto delle statistiche su mortalità e alimentazione. E non mi si parli di pessimismo, è proprio l'amore per l'umano, la tristezza di ogni spegnimento, che spinge a capire, lottare, reagire.

Faine

Nei commenti, la vita umana vale sempre meno. È in atto un processo di 'spersonalizzazione' già visto nella storia. Il termine "displaced persons", indica i migranti, lo stesso che si usava per le masse di ebrei prima dei pogrom, «privati di ogni diritto fino a diventare un niente, nei lager. Questo processo di 'anonimizzazione' dell’altro è un’ombra che si proietta anche sul nostro presente» avverte la filosofa Laura Boella. Provate a leggere come si commentano le manifestazioni di questi giorni, i reciproci sciami. Cosa si scrive delle 'zecche' comuniste che vanno schiacciate, estirpate, eliminate dalla faccia della terra. E, badate bene, compagni, stesso rischio dall'altra parte. Le parole sono sempre un'avanguardia dei fatti. Io il fascismo lo voglio spazzare via con la forza delle idee e della cultura, separando l'ideologia dalla persona. Il lavoro non può che essere quello. La persona la affronto a tutto tondo, amando la sua esistenza e lottando contro la sua perversione. Ci ho pensato l'altro giorno, quando ci sfidavamo tra le vie di Genova, e vedevo quei ragazzi neri, lontani, sgusciare come faine, e nel gioco dei ruoli la città era una trincea, e noi insetti. A me non sta bene esserlo, e non mi fa bene pensarmi sotto la lente di un entomologo.
La strage di Parkland alla prossima puntata…

Attrezzi



Questi fingono di scherzarci, ma l'ossessione per la forma fisica esiste e dilaga: si chiama vigoressia. Si è acuita di pari passi col narcisismo dei new media. La Ferragni e le sue foto premaman, per esempio, sono esplicative. Fatte apposta per poter dire "ohhh, ma non ti si vede neanche il pancione!". Dentro, ci sarebbe un bambino, e avrebbe già bisogno dei suoi spazi. Poi nasce, e non è un attrezzo per mantenerti in forma. Sul piano psicologico, 'sti bimbi vedono questo, l'impossibilità di penetrare la barriera egotica del genitore, quindi di crescere emotivamente. Il video a me non fa ridere. Sulla strage di Parkland, la prossima puntata…