Ricordo quel che mi disse Trentin, il giorno in cui lo conobbi. Parlammo di musica e fumetti, conosceva Muñoz, Pazienza, e cose eclettiche, anche se sembrava uscito da un disegno di Vittorio Giardino. Spaziava su tutto. Poi parlammo di Resistenza, i Trentin avevano combattuto in Francia, in Italia, sui monti, nel cuore di Milano. Bruno a diciassette anni guidava una brigata partigiana, fu anche gappista, fu imprigionato, torturato. Ricordo gli aneddoti sulla guerra di Spagna. I solchi del suo viso meraviglioso, la erre con dentro il sapore di Francia, l'avventura dei tanti fronti, la barba bianca curata, l'eleganza, perfino guizzi federalisti proudhoniani. Aveva dentro l'Europa intera, quella profonda. Gli occhi sempre bassi, quasi timido, si guardava intorno a guizzi e ragionamenti. Nei solchi del viso la questione operaia, assunta in quel modo lì, pieno e responsabile, fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, al sacrificio di dover supplire un vuoto istituzionale, e ...
Sono d'accordo ... anche se non ho visto il film ... e non ho letto l'analisi di Marco Gervasini.
RispondiEliminaPS: insomma: o uno c'ha fiducia o oppure no!
Ci stavo giusto pensando, poi ho letto il tuo link all'analisi di Gervasini. Cazzarola, se sono d'accordo.
RispondiEliminaPensa che due giorni fa ho visto (in ritardo) il nuovo "Non Aprite Quella Porta: L'inizio", e dopo essere arrivato, a fatica, alla fine del film, mi sono chiesto se ero io ad essere invecchiato, o se effettivamente le scene di violenza descritte non fossero eccessive. E già il remake de "Le Colline Hanno Gli Occhi" mi aveva dato parecchio "fastidio". Da Hostel potevo aspettarmelo, da questi due titoli no... mah.
Speriamo nel nuovo Halloween di Rob Zombie...
- Ste
*Karl. Troppa fiducia. Io, comunque, il film cerco di vederlo. Carte in bianco non ne do, neanche al Uòlter! ;)
RispondiElimina*Ste. Quello che manca sono i personaggi. Io non capisco 'sto ricorso al remake, è segno di una involuzione preoccupante. Negli anni Settanta/Ottanta c'era entusiasmo, freschezza, capacità di inventare personaggi e situazioni emblematici del tempo. Freddy Kruger, Latherface, Jason, Alien. E adesso? Eli Roth può rieccheggiare inconsciamente Abu Grahib, il tipo di violenza che inglobiamo ora. E l'operazione è interessante.
L'horror è catartico se centra l'obbiettivo della catarsi.
Perchè Rob Zombie, rivelazione assoluta, deve farsi inglobare in questa rimasticatura eigtheens?
Jason sterminava adolescenti pre-yuppie degli anni Ottanta. Che c'entra con noi, con quello che viviamo ora?
Al neo-halloween, fiducia non la darò. Nono. Abbiamo il dovere di gestire meglio il male.
Neanche io do carte in bianco a Uolter, anzi, questo plebiscito mi sta innervosendo. Mi sembra di vedere la pubblicità: "Vi piace vincere facile?".
RispondiEliminaBello l'epitaffio che hai nella testata.
Il mio è molto più semplice. Siccome quando mi lamento di stare così così tutti sbuffano scicciati, ho deciso che sulla mia tomba dovrà esserci scritto:
"Ve lo avevo detto che mi sentivo poco bene!"
I responsabili tecnici della fantasia dovrebbero essere i primi custodi dell'inquietante, dovrebbero avere lo sguardo che insegue quello che traspare e non appare.
RispondiEliminaGeneralizzo: da che nasce il senso di inquietudine? Dalle domande, credo io. Non ci fa paura una realtà, non ci fa paura la notte in sè, o il giorno. Ma ci fa paura la domanda "perchè il giorno e la notte?" L'interrogativo della dualità. Non c'è inquietudine nel principio di unicità. E, sempre generalizzando, c'è la tendenza a estromettere da tutte le nostre celebrazioni l'ambivalenza, il riconoscimento che c'è compresenza di luce e di buio.
Le lagnanze sono fondate: effettivamente linguaggio e contenuti copiano i vecchi paradigmi, non fanno domande, riproducendo la fantasia come se fosse un prodotto di mercato andato sotto scorta, un tanto al chilo, un pò più patinato. Quando va bene c'è il sapore delle festicciole civili e carine, quelle dove trovi solo succhi di frutta e birra analcolica.
Io sto con Veltroni, anche se non ho visto il film.
anto
Stupendo, Anto. La chiave platonica dell'accesso all'orrore. Quindi l'orrore supremo è un Uno assoluto, onnipotente, infallibile, sferico, algido. Che non sa più spaventarci. La Diade, la dualità, la diversità come paurosa imperfezione. Che ci spaventa, aiutandoci a crescere.
RispondiEliminaIl concetto supremo, cavolicchio.
Grazie.
;)
non mollare eh!!!!!!
RispondiEliminauffa!!!!
;-)
Borat chi molla! ;)
RispondiEliminaposso qui per caso, la rete è immensa..
RispondiEliminaun epifatto niente male... ma non ferirsi è un'utopia a volte...
Quanto hai ragione.
RispondiEliminaMa uno dei tratti tipici della nostra cultura è la quantità di stronzate che circolano, tutti lo sanno, tutti danno il loro contributo, e non esistono indagini approfondite sulla loro funzione. Strano fenomeno, che ci frega.
Chè la certezza è la fine del pensiero, a volte.
Una pacca sulla spalla.
anto.